Martin Buber e il dialogo: perché ogni conversazione vera cambia entrambi
Il filosofo Martin Buber distinse tra due modi di stare al mondo: Io-Tu e Io-Esso. Nel primo si incontra davvero l'altro. Nel secondo lo si usa. La differenza cambia tutto — anche nell'era dell'AI.

Martin Buber era un filosofo ebreo-austriaco che scrisse il suo libro più importante, Ich und Du — Io e Tu — nel 1923, tra le macerie del primo dopoguerra. Non è un libro facile. Non ha capitoli nel senso tradizionale del termine, non ha argomenti che si sviluppano linearmente. Ha qualcosa di più vicino a una meditazione poetica su quello che significa essere in relazione con il mondo.
Ma ha anche una tesi centrale che si può enunciare con precisione: ci sono due modi fondamentalmente diversi di stare in relazione con qualsiasi cosa — persone, natura, idee. Il primo è la relazione Io-Tu. Il secondo è la relazione Io-Esso.
La differenza che fa tutta la differenza
Nella relazione Io-Esso, l'altro è un oggetto. Non nel senso dispregiativo del termine — nel senso filosofico preciso. L'altro è qualcosa che si usa, si classifica, si analizza, si gestisce. Il dottore che visita un paziente pensando alla sua patologia, non alla persona: Io-Esso. Il figlio che telefona al padre per "aggiornarlo" sulle notizie senza ascoltare davvero cosa risponde: Io-Esso. La maggior parte delle interazioni quotidiane, in realtà, rientra in questa categoria.
Nella relazione Io-Tu, invece, l'altro non è un oggetto ma un soggetto. Non lo si usa — lo si incontra. E in questo incontro qualcosa di strano accade: anche l'Io cambia. Non si può entrare in una vera relazione Io-Tu e uscirne identici. L'altro ci trasforma, ci interpella, ci chiede di essere presenti in un modo che va oltre la gestione e il controllo.
Perché la solitudine è una crisi dell'Io-Tu
Buber scriveva in un'epoca in cui la modernità industriale stava trasformando le relazioni umane: le persone si trattavano sempre di più come risorse, ingranaggi, funzioni. Il pensiero che lo preoccupava era questo: una società in cui la relazione Io-Esso diventa dominante è una società in cui le persone si sentono sole anche quando sono circondate da altri. Perché essere circondati da oggetti — anche se quegli oggetti sono persone — non è connessione.
Guardare oggi i dati sulla solitudine — il 61% dei giovani adulti che si dichiara solo, i milioni di anziani che non sentono una voce per giorni — non è difficile riconoscere in essi la diagnosi di Buber. Non è che le persone non si parlino. È che spesso non si incontrano.
L'AI e la domanda che Buber non poteva fare
Buber non poteva immaginare l'intelligenza artificiale. Ma la sua distinzione pone una domanda interessante su strumenti come AMIICO: una conversazione con un'AI può essere una relazione Io-Tu, o è inevitabilmente Io-Esso?
La risposta onesta è: dipende da come ci si sta. Se si usa l'AI come si usa un motore di ricerca — per estrarre informazioni, per risolvere problemi — è Io-Esso. Se ci si porta con apertura, se si lascia che la conversazione vada dove porta, se si è disposti a essere sorpresi da ciò che emerge — qualcosa di diverso diventa possibile. Non identico all'incontro tra esseri umani. Ma non nemmeno la sua negazione.
Contenuto a cura della redazione AMIICO — un prodotto sviluppato da Union Srl (Verona).