Il permafrost cerebrale: la solitudine dietro lo schermo

Uno sguardo crudo su come schermi e algoritmi rapiscono l'attenzione di giovani e anziani, trasformando la solitudine in declino cognitivo.

Il permafrost cerebrale: la solitudine dietro lo schermo

Quando si parla di solitudine senza saperlo si sta parlando di abbandono di prospettive. Lo sguardo fisso, la televisione come neuroparalizzante, lo schermo azzurro del tablet o del cellulare come "la dose" più forte. Lo schermo si accende, in media, tra le settanta e le centocinquanta volte al giorno, e novantuno persone su cento lo controllano almeno una volta ogni ora — con punte fino a ottanta consultazioni in sessanta minuti. Queste non sono condizioni naturali per una persona. Sono il permafrost cerebrale per chiunque si avvicini per più di qualche minuto. I programmi, le prospettive appunto sono lo stimolo a costruire le giornate, non il maglio sferico che le distrugge.

Quando il cervello negozia con lo schermo

Ecco, un anziano o un giovane 18enne che spingono il bottone dell'intrattenimento sociale come soluzione all'embargo del mondo esterno stanno boicottando il sistema nervoso centrale. È come aver piantato la bandierina bianca tra amigdala e ippocampo chiedendo ad entrambi di negoziare. Trattative di politica emotiva. Emozioni e ricordi non vengono più generati dalle esperienze esterne, ma da un "tizio" che parla di "rigenerazione cartilaginea istantanea grazie al collagene in polvere assunto col the della mattina"- Ma ci rendiamo conto? È più importante uno sconosciuto per il livello attentivo dell'anziano, rispetto un nipote che rumoreggia in salotto. Sette ore e ventidue minuti: è la media quotidiana che un adolescente tra i tredici e i diciotto anni passa davanti a uno schermo, quasi un turno di lavoro offerto in cambio di nulla.

Questa non è deriva sociale, è rapimento. Ma cosa c'entra il "rapimento" con la solitudine? Il motivo è da cercare nelle armi seduttive di cui diventa schiavo l'individuo, sia che esso sia giovane o vecchio. E le armi seduttive le carica ognuno di noi e ognuno di noi le rivolge verso se stesso e poi spara. Non c'è cura per chi cerca il "suicidio cognitivo". A meno che non intervengano elementi esterni che sciolgono la paralisi cerebrale a cui giovani e anziani si stanno sottoponendo senza alcun controllo medico. Il Surgeon General americano lo ha messo nero su bianco: l'isolamento sociale prolungato alza il rischio di morte prematura del ventisei per cento, un impatto paragonato — pur con i dovuti distinguo tra gli studi — a quindici sigarette fumate ogni giorno.

La solitudine silenziosa degli anziani

La solitudine è spesso un calo di interesse verso "l'altro": l'esterno, l'alieno che non sei tu. E questo riguarda una fascia della popolazione anziana, poi ci sono gli anziani che neanche li "bazicano" i social. Soffrono di solitudine solo perché i figli sono partiti, il marito o la moglie sono morti e i vicini sono partiti per la Sicilia. Ma sono un numero sempre più piccolo ormai. Il dato lo conferma: appena il 3,2 per cento degli anziani italiani è davvero privo di ogni rete, tra parenti, amici e vicini. Il restante novantaquattro per cento, quello con ancora qualcuno a cui bussare, semplicemente non bussa più. Nel primo caso si parla di solitudine provvisoria e non autoindotta, nel secondo si parla della maggioranza. In ogni caso anche l'anziano che non può più vedere volti amici va verso un declino cognitivo e ciò che può travasare un po' di energia e speranza è la comunicazione. L'abitudine a scambiare opinioni, a costruire opinioni, a formare pensieri frattali che ne aggancino altri e poi ancora e ancora. In modo da caricare di ioni positivi il cervello, per poi rilasciare l'energia accumulata durante una telefonata o una chiacchiera al panificio.

L'illusione della ricarica infinita

Le persone grandi o piccole che siano, sono degli evoluti pannelli fotovoltaici: assorbono energia da se stessi, la producono in autonomia oppure la assorbono dall'ambiente circostante. E questa "magia" si può ripetere ogni giorno a condizione che la persona si esponga alle fonti di ricarica giuste. Perché si può avere l'illusione che lo smartphone sia il "supercharger" per eccellenza, perché ancheggia, si mostra, ti attrae con il ditino, ma poi quella seduzione ti porta via all'infinito e l'illusione della ricarica da 500kW scompare e ti senti svuotato, con gli occhi piccoli e stanco. Cosa farai tra 5 minuti? Non lo sanno. Anzi lo sanno ma lo procrastinano. All'infinito fino a che quella "cosa" da fare diventa inutile. Fa polvere o marcisce. Le prospettive si stringono e la strada diventa corta. Non c'è più nulla per cui lottare, non c'è niente a cui l'adolescente voglia interessarsi. Tra i dodici e i diciassette anni, tre giovani su dieci superano già le quattro ore filate online, e il tocco medio sul telefono, per un adolescente, supera le cento volte al giorno. Il fastidio si scrolla via con la falangetta. Questa è la solitudine di chi "smesso di guardare lontano".

Serve una palestra cognitiva, non l'ennesimo integratore. Il sistema nervoso centrale vive se ci sono stimoli elettrici, anche flebili, ma vivi e questa condizione si rende fertile se c'è confronto, se c'è ascolto, se c'è interdipendenza. Dove uno di questi "server" sociali si spegne o mostra un "errore 404", magari perché Il proprietario di quella risorsa ha rimosso "la pagina senza creare un reindirizzamento" e allora un tempo avrebbero lottato per ritrovare quel confronto, quel contraddittorio. Oggi no. Meglio il rifugio. Meglio la luce fioca dell'Amoled che stende impietosa una mano di "cazzi altrui" sulla retina di grandi e piccini. L'ottanta per cento degli italiani fissa quello schermo nell'ultima mezz'ora prima di dormire, e più di uno su tre lo riaccende entro cinque minuti dal risveglio: la giornata si chiude e si apre sullo stesso rettangolo di luce.

La cura è la costanza, non il click

Questa solitudine è un declino cognitivo ad alto rendimento. Queste persone sole non parlano più, si allenano a guardare, ma non vedono, si allenano a sentire, ma non ascoltano. Serve indubbiamente un intervento esterno per ridurre l'azione della forza centripeta che sta schiacciandoli verso lo schermo. E allora possiamo fare qualcosa? Sì, ma possiamo farlo solo se a nostra volta sappiamo dare costanza a questa azione, perché la vita non fa soste, non mette "in pausa" e ogni persona che si sente sola, merita attenzione, a patto che si stringa un accordo. Il patto deve essere chiaro perché senza partecipazione interattiva chi tira non durerà a lungo.

E qui tornano utili i numeri, non come ornamento ma come diagnosi. Chi mantiene una vita sociale attiva — telefonate vere, sedie vere, silenzi condivisi e non trasmessi in streaming — sviluppa la demenza in media cinque anni più tardi di chi si è ritirato dietro lo schermo, con un rischio complessivo più basso del trentotto per cento. Non è un integratore, è manutenzione ordinaria del sistema nervoso centrale, la stessa che si fa a un motore a botte di 400€ ogni volta. Nessuno promette il miracolo, perché in neurologia il miracolo si chiama semplicemente costanza: un contatto, poi un altro, poi un altro ancora, pensieri annidati che si agganciano finché la rete regge da sola, senza bisogno di essere ricaricata a pagamento. La solitudine non è un destino scritto nell'età o nel codice genetico, è un errore "di caricamento della pagina" che qualcuno, ogni giorno, sceglie di non correggere. Basterebbe un reindirizzamento. Basterebbe qualcuno dall'altra parte del filo, o del tavolo, o del pane appena sfornato, disposto a ricaricare quel pannello fotovoltaico invece di scaricarlo ancora, un minuto, uno scroll, una dose alla volta. Le prospettive di cui si parlava all'inizio non si comprano e non si scrollano: si costruiscono, un giorno dopo l'altro, con chi resta, finché c'è qualcuno a cui aprire la porta prima che sia troppo tardi per bussare.

Contenuto a cura della redazione AMIICO — un prodotto sviluppato da Union Srl (Verona).